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martedì 6 maggio 2014

Corona delle lacrime di San Giuseppe


 
Nell’apparizione del 17/12/2008 in Jacareí , S. Giuseppe ha incaricato il veggente Marcos Tadeu di comporre un nuovo rosario per implorare la Misericordia Divina per i meriti dei dolori e delle lacrime di S. Giuseppe

Primi 3 grani iniziali

O Gesù e Maria, guardate le lacrime di Colui che più Vi amò sulla terra e ora Vi ama più intensamente in Cielo.

Preghiera iniziale: Gesù e Maria, inginocchiati ai Vostri Piedi, noi Vi offriamo i Dolori e le Lacrime di S. Giuseppe, che Vi accompagnò nel Vostro cammino di sofferenza con intenso Amore partecipante, collaborando con Voi nell’opera della redenzione del mondo. Fate, Gesù e Maria, che per i meriti dei dolori e delle lacrime di S. Giuseppe, compiamo la Vostra SS. Volontà, arriviamo al perfetto amore per Voi, otteniamo tutte le grazie necessarie per la salvezza delle nostre anime, in modo che possiamo venire a lodarVi nel Cielo per tutta l’eternità. Amen
Si meditano i seguenti misteri

1-Per il dolore che soffristi nel vedere la Santa Gravidanza di Maria Santissima senza ancora conoscere il mistero dell’incarnazione. San Giuseppe Corredentore, sii benedetto!

2-Per il dolore che soffristi nel vedere il Salvatore nato dalla Vergine Maria nella povertà della grotta di Betlemme. San Giuseppe Corredentore, sii benedetto!

3-Per il dolore che soffristi nel sentire con Maria la profezia di Simeone nel tempio. San Giuseppe Corredentore, sii benedetto!

4-Per il dolore che soffristi e per i pericoli che passasti nella fuga in Egitto con Maria Santissima e il Bambino Gesù. San Giuseppe Corredentore, sii benedetto!

5-Per il dolore e le ingiustizie che soffristi fintanto che permanesti in Egitto con Gesù e Maria. San Giuseppe Corredentore, sii benedetto!

6-Per il dolore che soffristi nella perdita del Bambino Gesù e quando il Padre Eterno ti rivelò che saresti morto prima della passione, lasciando soli Gesù e Maria nel venerdì Santo.. San Giuseppe Corredentore, sii benedetto!

7-Per il dolore che soffristi nella tua morte, sapendo tutto ciò che dovevano soffrire Gesù e Maria, e per tutti i dolori segreti rivelati nelle apparizioni di Jacareí. San Giuseppe Corredentore, sii benedetto!

Sui grani grandi
O Gesù e Maria, guardate le lacrime di Colui che più Vi amò sulla terra e ora Vi ama più intensamente in Cielo.
Sui grani piccoli (x 7 volte)

O Gesù e Maria, esaudite le nostre suppliche in virtù dei dolori e delle lacrime di S. Giuseppe.


Sugli ultimi 3 grani

O Gesù e Maria, guardate le lacrime di Colui che più Vi amò sulla terra e ora Vi ama più intensamente in Cielo.

Preghiera finale: O San Giuseppe, protezione di Gesù e Maria, nostro Corredentore, noi Ti supplichiamo di unire le Tue suppliche alle nostre, affinchè Gesù e Maria, Tuoi e Nostri amori, a cui ci rivolgiamo in nome dei Tuoi dolori e lacrime santissime, ascoltino le nostre suppliche e ci concedano le grazie che chiediamo per mezzo Tuo, per ottenere infine la corona della vita eterna. Amen. Che i Tuoi dolori e lacrime, o S. Giuseppe, distruggano l’impero dell’inferno!
Per l’amore che portate a S. Giuseppe, o Gesù e Maria, salvate il mondo dalla perdizione che lo minaccia. Amen
 

LA RIVELAZIONE DEL CUORE AMANTISSIMO

La statua del Cuore Amantissimo in Jacareí (Brasile) è alta 5 metri
 
 
Messaggio di San Giuseppe del 7 febbraio 2011 (estratto)
 
(San Giuseppe) "Ti ricordi che molti anni fa, ti ho detto, per confutare l'obiezione, la critica di chi ha detto che la rivelazione del mio Amantissimo Cuore qui era falsa, perché non ero in Cielo in corpo e anima e che non si poteva venerare il mio Cuore, te lo ricordi?"
(Marcos) Mi ricordo, mi ricordo che Lei ha rivelato che il Suo Corpo era incorrotto sulla terra, perciò il Suo Cuore era incorrotto, ed era perfettamente possibile venerare il Suo Cuore come per quello di Maria e Gesù. Sì"
(San Giuseppe) "Beh, sono qui per dirti che la Santissima Trinità ha portato il Mio CORPO INCORROTTO IN CIELO, e perciò Io sono lì in corpo e anima come Gesù e Maria. E il Mio Cuore Amantissimo sta in Cielo GLORIOSO CON IL CORPO E L'ANIMA UNITI NELLA GLORIA".


http://www.gloriasdejose.org/sao-jose-revela-seu-amantissimo-coracao

APPARIZIONI A MARCOS TADEU TEXEIRA (Jacareì - San Paolo - Brasile)

venerdì 28 febbraio 2014

LA VITA 20: L'INCARNAZIONE DEL VERBO

VITA DI SAN GIUSEPPE
Libro I - Capitolo XX
S. Giuseppe desidera la venuta del Messia

Desidera il Messia - Nel cuore della Santissima Vergine si andava accendendo il desiderio della venuta del Messia, in modo tale che stava tutta impiegata a porgere calde suppliche al suo Dio, affinché lo inviasse presto, e con il suo Sposo Giuseppe ne parlava continuamente, narrandogli la sua brama ardente; perciò il nostro Giuseppe, nel sentirla tanto bramosa, si andava anch'egli accendendo sempre più in questo desiderio, e, rivolto al suo Dio, gli diceva spesso con grande confidenza: «O mio Dio, è ormai tempo che si adempia la tua promessa e che mandi al mondo il desiderato e aspettato Messia, affinché redima il tuo popolo e tutto il mondo, che vive in schiavitù. Tu vedi quanto pochi sono quelli che ti conoscono e che ti amano, per cui è ben dovere che ci mandi quello che farà conoscere al mondo il tuo nome e la tua potenza, la tua bontà, la tua misericordia con tutte le tue divine perfezioni: e solo il tuo Unigenito sarà capace di far questo e di insegnare a tutti la vera strada che conduce alla salvezza». Poi, rivolto alla sua Sposa, le diceva: «Tu, mia sposa e colomba, supplica con insistenza il nostro Dio, perché Egli ti ama molto, e non è possibile che non ascolti le tue suppliche».Allora la Santa Sposa si umiliava, e narrava con grande ardore il suo desiderio e gli diceva: «Stiamo uniti in questa domanda, non cessiamo mai fin tanto che non sono adempite le nostre suppliche; il nostro Dio è buono, non mancherà di esaudirci». Giuseppe incominciava a narrarle quel tanto che l'Angelo gli aveva detto più volte nel sonno circa il Messia promesso, e delle virtù che il detto Messia avrebbe avuto e praticato. La Santa Sposa stava a sentirle con molto gusto, e diceva al suo Giuseppe che gliene parlasse spesso, perché lei sentiva molta consolazione nell'udirlo ragionare di questo. Con i continui discorsi che facevano di questo vi accompagnarono più frequenti le orazioni, i digiuni e le elemosine, e fra di loro dicevano: «Se mai avremo la sorte di sapere che il Messia sia venuto al mondo, noi certo andremo subito ad adorarlo e ad esibirgli la nostra servitù, supplicandolo di volerei ammettere nel numero dei suoi schiavi e servi, benché minimi, e sarà nostra fortuna se ci accetterà; ed in qual parte del mondo Egli verrà, noi subito andremo a ritrovarlo senza dimora. Oh! Noi felici e beati, se saremo fatti degni di tale sorte, che i nostri occhi abbiano a vederlo, e le nostre orecchie udire le Sue parole!».

Suppliche esaudite - Dio si mosse alle continue suppliche della Santissima Vergine, che erano tanti dardi che giungevano al trono della Divinità, ed accelerò il tempo della venuta. Erano anche molto gradite a Dio le suppliche del nostro avventurato Giuseppe; perciò Dio, mosso dalle replicate né mai interrotte istanze, determinò di inviare il Messia promesso. Non cadde mai nel pensiero né alla Santissima Vergine, né a S. Giuseppe, che una così grande grazia fosse riservata per loro, cioè che il Messia sarebbe nato da loro e avrebbe preso carne umana nel seno della Santissima e purissima Fanciulla Maria, perché, siccome erano umilissimi, si riconoscevano appena degni di essere suoi servi. Arrivato pertanto il tempo destinato a fare un così grande beneficio al mondo, ed essendo arrivate le brame ardenti della Santissima Vergine al sommo, il Verbo Divino si incarnò e prese carne umana nel grembo di Maria Vergine, come è già ben noto a tutto il mondo.

Incarnazione del Verbo - Quello che seguisse nell'Incarnazione circa la Santissima Vergine, non è necessario narrarlo in questa storia, perché è già scritto in molti luoghi, e in particolare nella vita di Maria Santissima; dirò solo quello che capitò al nostro Giuseppe, il quale, avendo passato quasi tutto il giorno precedente in sacri colloqui con la sua Santissima Sposa e in ardenti brame di questa venuta del Messia al mondo, si ritirò la notte tutto acceso di questo desiderio, ed avendo riposato alquanto, l'Angelo gli parlò nel sonno e gli disse: «Giuseppe, presto alzati e supplica Dio con ardore, perché ha destinato di fare un gran bene a tutto il mondo»,- ma non gli disse che cosa. Subito il Santo si destò, ed alzatosi si mise in preghiera, non potendo fare altra supplica, che supplicare Dio affinché si fosse degnato di mandare al mondo il Messia promesso. E quando il Verbo Eterno si incarnò, il nostro Giuseppe stava in orazione, pregando per questo, come vi stava anche la sua Santissima Sposa, che per tutta quella notte aveva pregato e supplicato.

Estasi di Giuseppe - Nell'Incarnazione che si fece del Verbo divino, il nostro Giuseppe fu elevato in estasi, per l'insolita consolazione di spirito che intese in quell'istante, ed in questa estasi conobbe grandi misteri circa la detta Incarnazione, ma non gli fu mai manifestato che la sua Sposa era la fortunata destinata madre del Verbo Divino. Gli fu bensì manifestato quanto Lei fosse cara e gradita al suo Dio, e come le suppliche di lei erano giunte a penetrare nel cuore di Dio e compiegatolo ad esaudirla nelle sue domande circa l'acceleramento dell'Incarnazione. Il nostro Giuseppe, tornato pertanto dall'estasi, rese affettuose grazie al suo Dio, e non vedeva l'ora di andare a darne ragguaglio alla sua amata Sposa Maria affinché lei si rallegrasse della grazia che Dio gli aveva fatto nell'estasi avuta, e che lei lo ringraziasse a suo nome.

Attende la Sposa - Quella mattina la Santissima Sposa tardò alquanto ad uscire dal suo ritiro, mentre stava tutta immersa nel gaudio del suo Dio ed applicata alle adorazioni e ai ringraziamenti del beneficio ricevuto; così il Santo Sposo, che non sapeva niente di questo, si immaginava che Lei si tratteneva in preghiera, e non ardiva disturbarla. Perciò aspettò con grande pazienza ed anche con molta rassegnazione che la sua Santa Sposa uscisse dal suo ritiro, ed in quel tempo la raccomandava al Signore affinché l'avesse sempre più ricolmata delle sue grazie e dei suoi favori, conoscendola già meritevole di grazie e di doni celesti, sia perché già vedeva le sue rare virtù, come anche perché gli era chiaramente manifestato da Dio il suo gran merito e la sua sublime santità.

Prudenza di Maria - Mentre il nostro Giuseppe stava aspettando la sua Santa Sposa per narrarle quel tanto che gli era occorso, la purissima Vergine uscì già fatta Madre del Verbo Divino, avendolo concepito per opera dello Spirito Santo; uscì dal suo ritiro, come era solita, non dando al suo Sposo dimostrazione alcuna di quanto in lei era seguito, ed essendo prudentissima, tenne sempre celato il segreto del Re, aspettando che Dio l'avesse manifestato al suo Giuseppe quando fosse stato necessario che egli lo sapesse.

Stupore di Giuseppe - Al suo primo aspetto, il Santo Sposo la vide più bella e graziosa del solito, col volto ricoperto di chiarore e ne restò ammirato, sentendo in se stesso una venerazione molto grande verso la sua Sposa, ma credette che lei avesse avuto qualche estasi ed avesse trattato con Dio nella preghiera. Il suo pensiero non si inoltrò più di tanto, e siccome aveva un gran desiderio di parlare, non avvertì più di tanto quegli effetti mirabili che scorgeva in lei. Fu lei la prima a salutarlo, come era solita, e benché fosse già eletta a un posto così degno e sublime, non lasciò di umiliarsi, anzi si mostrava umile più che mai. Per la gioia che la santa Sposa teneva racchiusa nel suo seno verginale, ne traspariva anche nell'esterno; per cui i suoi occhi sfavillavano, ma l'accortissima Sposa li teneva modestamente socchiusi, affinché il suo Giuseppe non ne prendesse ammirazione, e tratteneva l'impeto dell'amore per non dimostrare nell'esterno la letizia e il giubilo del suo cuore e del suo spirito. Il nostro Giuseppe le rese il saluto con più ossequio del solito, perché ammirava in lei la grandezza della grazia divina, e subito le narrò quel tanto che l'Angelo gli aveva detto nel sonno e quello che nella preghiera aveva gustato e udito, dicendole anche: «Io credo, mia Sposa, che anche tu sia stata molto favorita dalle solite grazie del nostro Dio, perché ne scorgo in te chiari segni. E se sono stato tanto favorito io, che sono un miserabile, quanto sarai stata favorita tu, che sei tanto amata dal nostro Dio e che ti ha arricchito di tante grazie?».

Comune ringraziamento - A queste parole la Santissima Sposa chinò la testa, e supplicò il suo Giuseppe di volersi accontentare di dar lode a Dio insieme a lei e ringraziarlo di tutte le grazie che faceva ad ambedue. Il Santo fu contentissimo di questo invito, e si unirono a cantare le divine lodi e a fare atti di ringraziamento, e la santa Sposa gli disse: «Poiché l'Angelo ti ha detto che il nostro Dio ha fatto un beneficio grande al mondo, noi dobbiamo ringraziarlo per questo in particolare e farlo anche in nome di tutto il mondo, perché chissà se ci sia al mondo alcuno che lo ringrazia e gli si mostri grato, tanto più se questo beneficio sia nascosto al mondo; e mentre l'Angelo non te l'ha manifestato, senza dubbio sarà nascosto al mondo. Ringraziamolo dunque insieme a nome di tutto il genere umano».Per queste parole il Santo restò molto consolato, e la divina Sposa compose i cantici di lode, e li diceva con il suo sposo Giuseppe insieme ai cantici di ringraziamento e così si trattennero per un pezzo, restando il nostro Giuseppe molto ammirato della virtù e della grazia della sua divina Sposa, e dentro di sé ne dava lode a Dio e lo ringraziava di tutto quello che compartiva alla sua Sposa. Quando ebbero terminato le divine lodi e i ringraziamenti, il nostro Giuseppe se ne andò a lavorare e la Santissima Vergine rimase a fare i soliti uffici di casa, e benché avesse nel suo seno verginale il divin Verbo Incarnato, non tralasciò di fare quel tanto che faceva prima, servendo il suo Sposo Giuseppe con tutta esattezza, e nel considerarsi vera madre del Verbo Incarnato, non lasciava di riconoscersi umile ancella.

Attrazioni di Giuseppe - Il nostro Giuseppe stava applicato al suo lavoro e si sentiva attirare da un insolito affetto e desiderio di andare a trovare la sua Sposa. Sentiva verso di Lei un amore più potente, più ossequioso e sempre più santo, per cui non poteva starne lontano, se non col farsi molta violenza, mentre quel Dio incarnato nelle viscere della sua Santa Sposa attirava a sé il suo spirito, e benché a lui fosse celato il mistero, tanto l'amore faceva il suo ufficio di volere che gli oggetti amati stessero presenti, godendo uno della visione dell'altro. Giuseppe godeva molto nel trattenersi con la sua Santa Sposa, di un insolito e dolce godimento. Il Verbo Divino gradiva di avere ossequioso avanti a sé il suo amato Giuseppe, che andava sempre più ricolmando delle sue grazie. La divina Madre capiva tutto questo, e anch'ella ne godeva molto. Il nostro Giuseppe manifestò alla sua Sposa quel tanto che sentiva e le disse che lo perdonasse se le era molesto con le continue visite che le faceva e se disturbava la sua quiete, perché lui non poteva farne a meno, sentendosi attirare con violenza ad andarla spesso a vedere, e che quando stava alla sua presenza sentiva un'insolita consolazione, che non aveva mai inteso nel passato. La sua Sposa si mostrò molto cortese, e gli disse che fosse pure andato senza timore di apportarle pena, perché ogni volta avrebbero detto qualche inno di lode alloro Dio, affinché essendo da essi lodato, venissero a meritarsi la Sua grazia e il Suo favore. Il Santo, animato per le parole della purissima Sposa, vi andava senza timore e con sua molta consolazione, e ogni volta che l'andava a trovare gli sembrava più bella e più colma di grazia e gli apportava più venerazione.

Pena e sottomissione di Giuseppe - Questa consolazione durò breve tempo per il nostro Giuseppe, perché avendo detto l'Angelo alla Santissima Vergine quando l'annunciò, che la sua parente Elisabetta era gravida da sei mesi, la Vergine volle andarla a visitare, conoscendo essere questa la volontà del Verbo Incarnato che voleva andare di persona a santificare il suo Precursore Giovanni; così l'Angelo parlò al nostro Giuseppe nel sonno, e gli manifestò come la loro parente fosse gravida e come doveva condurre da lei la sua Sposa affinché l'avesse assistita per quei tre mesi che rimanevano. Questo avviso fu una spada al cuore del nostro Giuseppe, al pensiero di dovere per quel tempo rimanere privo della sua sposa Maria. Però chinò la testa agli ordini divini e si uniformò alla volontà del suo Dio. Manifestò alla sua Sposa quel tanto che l'Angelo gli aveva detto, e la sua Sposa lo pregò di condurla presto dalla parente Elisabetta, perché anche lei conosceva essere quella la volontà divina, e vedendo il suo Giuseppe tanto afflitto, l'animò e gli disse: «Non temere, perché io terrò continua memoria di te, non lascerò di raccomandarti a Dio; e poi, terminati i tre mesi, torneremo di nuovo a trattare insieme e a lodare e servire insieme il nostro Dio. Intanto non si dividerà né si scompagnerà il nostro spirito e il nostro amore verso l'oggetto da noi amato che è il nostro Dio, degnissimo di ogni lode, amore e fedele servitù. Ora con questa lontananza ci vuoI far provare se noi siamo fedeli a Lui, se ci uniformiamo alla sua volontà; e noi siamo in obbligo di mostrarci fedelissimi, perché lo merita e perché godiamo dei suoi favori e delle sue grazie molto più di ogni altra creatura».Il nostro Giuseppe rimase molto confortato per le parole della Santissima Sposa, e contento di adempire la volontà divina, privandosi volentieri della compagnia della sua Sposa a lui tanto cara e di sua tanta consolazione, preferendo al suo gusto quello di Dio e assoggettandosi subito al volere divino. La Santissima Vergine godette molto nel vedere il suo sposo Giuseppe tanto uniformato alla volontà divina e ne rese affettuose grazie all'Altissimo.




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LA VITA 17: LO SPOSALIZIO CON MARIA SS.

VITA DI SAN GIUSEPPE
Libro I - Capitolo XVII
Purissimo sposalizio di S. Giuseppe con la Santissima Fanciulla Maria

Umile supplica - Arrivata la mattina, il nostro Giuseppe si preparò per andare al Tempio, e genuflesso nella sua povera bottega, adorò il suo Dio dicendogli: «O Dio di Abramo, d'Isacco, e di Giacobbe, Dio mio e tutto il mio bene, confesso di essere stato sempre protetto da Te in tutte le mie azioni, assistito e consolato in tutti i miei travagli, difeso dai miei avversari, e consolato nelle mie angustie; non ho mai diffidato della tua protezione, avendoti sperimentato in tutto fedelissimo e misericordioso. Ora ti supplico del tuo favore, aiuto e consiglio nella presente occasione. Io mi conosco indegnissimo del favore sublime che possa toccarmi la sorte di avere per sposa e compagna la Santa Fanciulla Maria, e perciò non ho di ciò pretesa alcuna, ed intanto vi concorro, in quanto così viene ordinato, essendo piaciuto alla tua bontà, farmi nascere dalla stirpe di Davide, alla discendenza del quale promettesti di far nascere il Messia; perciò ti supplico di dare alla Santa Fanciulla uno sposo che sia degno di lei e secondo il tuo cuore, e a me, di volere accrescere la tua grazia e il tuo amore. Io mi metto tutto nelle tue mani divine, e si faccia di me tutto quello che a Te piacerà, dichiarandomi che altro non bramo, che si esegua in me la tua divina volontà». Fatta questa preghiera, il Santo si sentì tutto acceso di un più ardente amore verso il suo Dio e di un santo amore verso la Santissima Fanciulla Maria, in modo che non vedeva l'ora di poter vedere e conoscere colei che per più anni aveva sperimentato favorevole delle sue preghiere e per mezzo della quale aveva ottenuto molte grazie; desiderava vedere e conoscere colei che era tanto cara al suo Dio e tanto ricca di meriti e colma di virtù, e diceva: «Saranno pur fatti degni i miei occhi di vedere questa Santa Fanciulla, questo prodigio della grazia? Oh, che fortuna è la mia! Beato a chi toccherà una sorte così felice di averla per sposa e fedele compagna! Non bramo io già di averla per mia compagna, essendo troppo vile ed indegno, ma quanto mi stimerei felice, se potessi avere la sorte di essere suo servo!». Questi erano i pensieri di Giuseppe, che se ne andò al Tempio a pregare, dove raddoppiò le suppliche a Dio.

Al concorso - Quando furono radunati anche gli altri discendenti di Davide, con molti altri ancora che desideravano vedere la Santa Fanciulla, per la fama grande che ne correva per la città, il sacerdote che doveva sposarla a quelli della stirpe di Davide propose che per intendere la volontà divina e conoscere quale da Dio fosse stato destinato per sposo di una così degna fanciulla, ognuno di loro avrebbe dovuto tenere in mano una verga secca, e porgere suppliche a Dio affinché facesse fiorire la verga di colui che aveva destinato per suo sposo. Fu accettato di comune accordo, e così fu fatto. La Santissima Vergine Maria, intanto, nel suo ritiro, stava supplicando Dio del suo aiuto e della sua grazia, affinché le avesse assegnato uno sposo vergine e che avrebbe dovuto essere il custode della sua purezza, e già vide in spirito come le sarebbe stato assegnato il castissimo e santissimo Giuseppe; perciò tutta allegra ne rendeva grazie al suo Dio.

La verga fiorita - Mentre il Sacerdote intanto pregava con tutti gli altri, e il nostro Giuseppe stava nel luogo più basso e ritirato, perché si conosceva indegno, si vide in un subito fiorire la sua verga e ricoprirsi di candidissimi fiori; il prodigio fu subito ammirato da tutti, perciò tutti i ministri del Tempio ed il Sacerdote dissero che lui era destinato da Dio come sposo della Santa Fanciulla. Poi Dio volle dare anche un altro segno manifesto del castissimo sposalizio, mentre da tutti fu vista una candida colomba scendere dal cielo e posarsi sul capo di Giuseppe, facendo restare tutti ammirati e certi che Dio lo aveva scelto fra tutti per sposo della Santissima Fanciulla; perciò tutti si rallegrarono, solo quelli che restarono delusi si dolevano della loro poco buona sorte. Quale fosse poi il sentimento dell'umilissimo Giuseppe, ognuno se lo può immaginare.

Gioia di Giuseppe - Il suo cuore si riempì di gioia ed insieme di confusione, perché si stimava indegnissimo di questo, e in mezzo alla confusione della sua indegnità esultava e giubilava per la felice sorte in modo che andò in estasi, dicendo sempre: «E dove a me, mio Dio, un favore così grande? E quando mai ho meritato una grazia così speciale? Oh, che con ragione l'Angelo mi disse che Tu mi avresti fatto una grazia molto grande, e che io mi sarei dovuto preparare a ciò! Ora capisco qual'era la purissima colomba che mi fu data in mano, affinché io fossi il custode della sua purezza. E lo sarò, mio Dio, con l'aiuto della tua grazia e col favore della mia cara colomba e sposa, Maria».

Sposalizio verginale - Intanto si fece venire la Santissima Fanciulla Maria, affinché il Sacerdote l'avesse sposata con S. Giuseppe, e tutti si trattennero per vedere. La Santissima Fanciulla comparve con gli occhi fissi a terra, ricoperta di un mirabile e verginale rossore, e alla sua vista ognuno restò stupito ed ammirato per la sua rara bellezza e grazia, e per la modestia singolare, invidiando tutti la felice sorte di Giuseppe. Quando Giuseppe la vide restò estatico per lo stupore e pianse per il giubilo del suo cuore. Il Santo vide un grande splendore nel volto verginale della sua purissima sposa, ed intese nel suo cuore la voce del suo Dio, che gli diceva: « Giuseppe, mio fedele servo, ecco io ti faccio il dono promesso, e ti dò per sposa la più cara creatura che io abbia sopra la terra. Consegno a te questo tesoro, perché tu sia il suo custode. Questa purissima colomba sarà la tua fedelissima compagna, ed ambedue vi conserverete vergini, essendo appunto la verginità il nodo strettissimo del vostro sposalizio. L'amore di voi due, ora si unirà in uno, il quale sarà a me consacrato, essendo io la sua sfera e lo scopo di tutti i vostri affetti e desideri». La gioia nell'animo di Giuseppe si inondò molto di più, e il suo cuore si riempì di consolazione e giubilo. Il Santo non ardiva di guardare la sua purissima sposa, ma pure si sentiva attirare da un vero e cordiale amore, e da una tenera devozione a rimirare e venerare la bellezza e la maestà del suo volto; ed ogni volta che alzava gli occhi per vederla, restava estatico, e ben conosceva con lume superiore, come la sua sposa era colma di grazia e si umiliava, riconoscendosi indegnissimo di trattare con lei e spesso replicava: «E come, o Signore e Dio mio, Tu hai fatto a me un così grande favore?». Intanto il Sacerdote fece la funzione che si praticava in quei tempi, e li sposò insieme, e nell'atto dello sposalizio i santi sposi videro uscire dai loro cuori una fiamma che si unì insieme facendosi una sola e volò verso il cielo, confermando Dio, con questo segno visibile, quello che aveva detto a Giuseppe interiormente, e cioè che il loro amore si sarebbe unito in uno solo e che Lui sarebbe stato l'oggetto amato, volando la fiamma alla sua sfera.

Lasciano il Tempio - Terminata la funzione e consegnata la Santa Fanciulla dal Sacerdote a Giuseppe, e a lui caldamente raccomandata, se ne andarono tutti dal Tempio, restando qui i due santi sposi a pregare per più ore rapiti in estasi, dove furono rivelati da Dio altissimi misteri; Giuseppe più che mai restò informato delle rare virtù della sua purissima sposa, così come anche la Santissima Sposa conobbe chiaramente le virtù e i meriti del suo santo sposo, e fecero ambedue gli atti di ringraziamento alla divina beneficenza che tanto li aveva favoriti e così bene accompagnati ed uniti in perfettissimo e castissimo amore. Terminata la loro preghiera e ottenuta ambedue la benedizione di Dio, se ne andarono dal Tempio, conducendo con sé, il nostro fortunato Giuseppe, la sua purissima sposa come un tesoro incomparabile datogli da Dio. Il Santo rimirava i passi di lei, e in tutto la riconosceva colma di grazia, di modestia e di prudenza.

Offre a Maria la sua povera dimora - Usciti dal Tempio S. Giuseppe parlò alla Santissima sposa Maria con grande riverenza ed amore, e brevemente le disse come lui non aveva una casa capace per dimorarvi, ma solo una piccola stanza dove egli lavorava, e che perciò se si accontentava che l'avesse condotta qui per allora, perché poi avrebbero deciso quello che dovevano fare. L'umilissima sposa gli rispose che la conducesse pure dove lui dimorava, perché qui avrebbero conferito insieme, e avrebbero fatto quello che Dio avesse voluto, mentre l'avrebbero pregato di manifestare loro la sua divina volontà. Contentissimo della risposta, il Santo la condusse al piccolo albergo, essendo già l'ora tarda. Entrati nella stanza diedero insieme lode a Dio, ringraziandolo di nuovo del beneficio che aveva fatto loro di unirli insieme. Il Santo piangeva nel vedersi tanto sprovvisto, non potendo dare alla sua sposa un luogo capace per il quale lei potesse stare ritirata, ma la sua santa Sposa gli fece animo e lo consolò. Dopo si rifocillarono con poco pane, acqua e alcuni frutti che il Santo aveva qui e dopo incominciarono a discorrere della bontà e della grandezza di Dio.

Santi colloqui - Il Santo stava tutto assorto nell'udire le parole della Santissima Sposa, piangendo per la dolcezza e mentre il suo cuore giubilava per la consolazione. Le riferì tutto quello che, la notte prima che avesse la sorte di sposarla, l'Angelo gli aveva detto nel sonno, e benché la sua Sposa sapesse tutto ne mostrò gran contento. Le manifestò poi come a lui era già noto il voto di verginità che lei aveva fatto, e che ad imitazione sua l'aveva fatto anche lui; di questo la Santa Sposa si rallegrò, e incominciarono a parlare della sublimità di questa così rara virtù. Passarono infatti tutta la notte in queste conversazioni che parvero, al Santo, brevissimi momenti, tanta era la consolazione che sentiva nel ragionare con la sua purissima e Santissima Sposa, e nell'udire le sue parole tutte infiammate d'amore di Dio e tutte accese di carità perfetta, restando sempre più ammirato della grazia e della virtù della sua Sposa Santissima. Il Santo Sposo la chiamava spesso colomba mia; e le disse che non ne prendesse ammirazione di questo, perché avendogli dato l'Angelo una colomba quando gli parlò nel sonno, che significava essere lei stessa, così con ragione la poteva chiamare colomba sua, avendola, sotto tale figura, a lui consegnata. La Santissima Sposa chinava la testa, quando il suo Santo Sposo le diceva questo, dicendogli che lei stava in tutto soggetta a lui e che la chiamasse come a lui piaceva. Ogni volta che la Santa Sposa gli parlava, le sue parole erano come dardi infuocati che andavano a vibrarsi nel cuore del castissimo Sposo e l'accendevano sempre più di un amore ardente verso Dio, e di un amore puro e santo verso di lei.

Umile dipendenza di Maria - Arrivata la mattina, avendo passato tutta la notte in sacri colloqui, la Vergine disse al suo sposo Giuseppe, che lei si ritrovava una piccola casetta a Nazareth, loro patria, che avrebbe appunto fatto per loro, bastando alla loro povertà ogni piccolo ricovero; e se a lui avesse fatto piacere di andare a stare lì, e se fosse stata la volontà dell'Altissimo, lei era prontissima ad andarvi, per vivere lì con la loro quiete. Il Santo Sposo Giuseppe gradì molto quanto la sua Sposa gli disse, e rimasero d'accordo di andare al Tempio a pregare e supplicare Dio, affinché si fosse degnato di manifestare loro, in questo, la sua divina volontà, così come anche in tutte le altre loro operazioni; e benché la sua Santissima Sposa sapesse benissimo quello che Dio voleva, tuttavia teneva celato il segreto, aspettando che Dio l'avesse manifestato al suo Sposo Giuseppe, perché lei voleva in tutto e per tutto dipendere dai suoi comandi e dai suoi ordini.

La volontà di Dio - La mattina andarono per tempo al Tempio, e qui si trattennero molto a pregare, e Dio manifestò a Giuseppe la sua volontà, che era che andassero ad abitare a Nazareth, loro patria; lo stesso disse di nuovo alla Santissima Vergine. Quando ebbero terminato la loro orazione se ne tornarono al piccolo albergo, e qui Giuseppe chiese alla sua Sposa quello che doveva fare per adempire la volontà divina, e lei lo supplicò di dire lui quel tanto che aveva udito. Il Santo narrò tutto alla sua Sposa, dicendole inoltre che lui era anche pronto a fare quello che Dio avesse manifestato a lei, e lei gli confermò quello che lui le aveva detto e che credeva essere quella la volontà dell'Altissimo, cioè che si fossero ritirati a Nazareth loro patria; e dando lode a Dio, perché aveva manifestato loro la Sua volontà, stabilirono di partire subito; perciò il Santo trovò un vile giumento e lo caricò di tutte le cose che erano necessarie per il suo lavoro e di quel poco che aveva, e si risolvette di partire da Gerusalemme, tanto più che era libero da ogni lavoro, e non aveva da fare qui cosa alcuna.

Partenza da Gerusalemme - Decisi già di partire la mattina seguente, si portarono prima al Tempio a pregare e dopo parlarono di nuovo al Sacerdote che li aveva sposati, domandandogli la benedizione. La Santa Sposa si licenziò anche da quelli con cui aveva dimorato al Tempio, e in particolare da chi aveva avuto cura di lei, e con la sua benedizione partì. I due Santi Sposi uscirono dal Tempio, dopo avere qui pregato, adorato e lodato il loro Dio.

Somma gioia di Giuseppe - Benché il Santo Sposo avesse avuto sempre il desiderio di fare la sua dimora a Gerusalemme, per poter frequentare il Tempio, tuttavia partì molto contento, bastandogli, diceva lui, di avere la bella sorte della compagnia della Santissima e purissima sua Sposa, non avendo più che bramare nel mondo, essendo pienamente contento, e diceva sovente al suo Dio: «Dio mio, Tu mi hai fatto una grazia così grande nel darmi in custodia la tua diletta ed amata fanciulla Maria, che io ora non ho più che desiderare, mentre in lei il mio spirito trova tutto ciò che sa bramare, e le sue parole mi consolano abbastanza. Ella è un tesoro che da me sarà sempre più stimato, così come vado sempre più conoscendo il suo merito e le sublimi virtù di cui l'hai ricolmata». Poi, rivolto alla sua Sposa, le diceva: «Credi, mia Sposa, che Dio mi ha fatto una grazia così grande nel darti a me per compagna, che io ora non so più che bramare, solo che l'adempimento della volontà divina e di impiegarmi tutto al servizio del nostro Dio. E non sarà poca fortuna la mia, di poterti mantenere con il lavoro che farò se a Dio e a te così piacerà, che io mi impieghi nell'arte che ho imparato per sostentarmi. Quando poi Dio voglia che mi impieghi in altro, e a te non sia in piacere, eccomi pronto a fare tutto». La Santissima Sposa rispondeva a queste parole con grande umiltà e con grande prudenza, rimettendosi sempre al volere dell'Altissimo e a quello del suo Sposo Giuseppe, e con queste umili risposte il suo Sposo Giuseppe si affezionava sempre più, e ammirava sempre più le sue virtù, in modo tale, che diceva spesso fra di sé: «Se non sapessi chi fosse la mia sposa, e se non la conoscessi per figlia di Gioacchino ed Anna, direi certo che fosse scesa dal cielo, parendo a me, che una creatura umana non sia capace di tanta virtù e tanta grazia». Poi ringraziava il suo Dio che si era degnato di arricchirla tanto e privilegiarla sopra ogni altra creatura.




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LA VITA 16: PREPARAZIONE ALLE NOZZE

VITA DI SAN GIUSEPPE
Libro I - Capitolo XVI
S. Giuseppe prima del suo sposalizio con la Santissima Vergine

Dio lo prepara alle nozze con Maria - San Giuseppe aveva già compiuto trent'anni, e conservato illibato il suo verginale candore ed innocenza, arricchito di grandi meriti e ornato di tutte le virtù; ed essendo arrivato il tempo in cui Dio aveva decretato di dargli per sua sposa e fedele compagna la Santissima Vergine Maria, avendo anch'ella compiuto quattordici anni di età, Dio volle che Giuseppe si preparasse al nobile e sublime verginale sposalizio, e nonostante la vita del Santo fosse stata tutta una continua preparazione al ricevimento di un così sublime favore, tuttavia in questi ultimi giorni volle da lui una preparazione più singolare. La notte gli fece dire dall'Angelo, mentre dormiva, che si preparasse al ricevimento di una delle più sublimi grazie che l'Altissimo voleva fargli, e questo per un mese continuo, e che avesse raddoppiato le suppliche e accresciuto i desideri ardenti del suo cuore. Destatosi dal sonno, Giuseppe si trovò tutto infiammato dal desiderio di ricevere presto la grazia promessa, e tutto amore verso il suo Dio, esclamò:
«Oh, quanto sei buono, Dio d'Israele! Come sei fedele nelle tue promesse! La mia anima desidera la grazia promessa, ma desidera molto di più l'aumento del tuo amore e di glorificarti in tutte le mie azioni». E così tutto infiammato d'amore, se ne andò al Tempio, e qui, adorato il suo Dio, lodò la sua infinita bontà. Si trattenne molto a pregare e a supplicare Dio della grazia a lui promessa, e nonostante non sapesse che cosa fosse, tuttavia la chiamava grazia grande e dono sublime, sia perché gliel'aveva detto l'Angelo, sia perché già era certo che Dio sa fare grandi cose e che fa grazie e doni al suo pari. In questa orazione, il nostro Giuseppe si sentì accendere nel cuore un amore più intenso e tenero verso la Santissima Fanciulla Maria, e in questo sentimento Dio gli manifestò come lei stessa pregava molto per lui, e le sue preghiere erano molto accette e gradite a Dio. E Santo si rallegrò molto di questo, e crebbe di più in lui l'amore purissimo verso di lei, in modo che piangeva per la dolcezza che sentiva nel pensare a lei e alle sue singolari virtù e santità, e spesso diceva anche fra sé: «O Fanciulla Maria, santissima e perfettissima in ogni virtù, tu preghi tanto per me, indegnissimo, ed io che cosa farò per te? Non posso fare altro che raccomandarti caldamente al nostro Dio, affinché ti arricchisca di più dei suoi doni e ti ricolmi sempre di più delle sue grazie». E nel dire questo si andava accendendo anche nel suo cuore un vivo desiderio di arrivare una volta a parlarle, ma siccome se ne stimava indegno, reprimeva questo desiderio affinché non crescesse in lui la brama, perché stimava difficile che questo potesse riuscirgli. Dopo essere stato per più ore così al Tempio, se ne andò tutto consolato e ricolmo di giubilo, ma al Santo sembrava di non potersi allontanare dal Tempio, e perciò in quel mese fece quasi continuamente qui la sua dimora. Si preparò con digiuni, soffrendo fame, sete ed ogni altra scomodità, con tanta allegrezza e giubilo del suo cuore, che ogni patimento gli sapeva di delizia. In questo tempo attese poco al lavoro, impiegandosi tutto nella preghiera, in suppliche premurose, crescendo in lui a meraviglia il desiderio di conseguire presto la grazia promessagli. Per quel mese il Santo Giovane non parlò mai, ma nel profondo del silenzio con le creature, parlò sempre col suo Dio, facendo continui atti di offerte, di suppliche, di ringraziamenti, lodando e benedicendo l'infinita bontà di Dio al quale caldamente raccomandava la santa fanciulla Maria. Non cadde mai nella mente del Santo alcun pensiero che potesse essergli data per sposa, benché ella fosse già in stato di accasarsi, e di questo già si trattasse da chi ne aveva la cura; perché già sapeva che lei aveva consacrato a Dio, con un voto, la sua verginità, ed anch'egli l'aveva fatto ad imitazione di lei.

Il Concorso - Il nostro Giuseppe sentì dire che la Santa Fanciulla si doveva sposare, perché si fece conoscere a tutti quelli della stirpe di Davide che sarebbero andati al Tempio che, colui al quale Dio avesse manifestato essere sua volontà, l'avrebbero data per sposa. Egli ne restò ammirato, e diceva: «Beato quello a cui toccherà così bella sorte!». Anche lui doveva concorrere come discendente della stirpe di Davide? Stette in gran perplessità, ma per obbedire all'ordine, si dispose anch'egli al concorso pensando che una così bella sorte non sarebbe toccata a lui, tanto più che aveva già consacrato a Dio la sua verginità; tuttavia si raccomandava molto a Dio, e lo pregava del suo favore ed aiuto in quell'affare di tanto rilievo.

Ambasciata dell'Angelo - Finito il mese della preparazione che il Santo aveva già fatto, stava tutto ansioso di ricevere la grazia promessa. Arrivato poi il giorno nel quale si doveva scegliere lo sposo alla Santa Fanciulla Maria, la notte precedente gli apparve di nuovo l'Angelo nel sonno e gli disse: «Sappi, Giuseppe, che Dio ha gradito molto la tua preparazione e i tuoi desideri infuocati». E gli mise in mano una candida colomba, dicendogli: «Prendi questo dono che Dio ti fa, e tu sarai custode della sua purezza. Tienila pur cara, perché questa è la delizia del cuore di Dio, è la creatura a Lui più diletta ed accetta che ci sia mai stata e ci sarà al mondo». L'Angelo non gli disse altro. Giuseppe ricevette la purissima colomba nelle sue mani, e tutto festoso per la grazia ricevuta si svegliò, e si trovò tutto infiammato d'amore verso il suo Dio; ma il Santo non poteva penetrare il significato di quel sogno. Si sentiva particolarmente allegro e contento e non stava in se stesso per la gioia, ma non sapeva quello che sarebbe seguito di lui. Poi ebbe qualche lume che quella colomba potesse significargli come gli sarebbe toccata in sorte la Fanciulla Maria per sposa, ma siccome era umilissimo, e si reputava indegno di questo, non ci fece troppa riflessione. Si preparò peraltro, la mattina, per andare al Tempio al concorso con gli altri discendenti di Davide, dove seguì quello che si dirà.




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LA VITA 15: CARITA'

VITA DI SAN GIUSEPPE
Libro I - Capitolo XV
S. Giuseppe cresce nell'amore verso Dio e il prossimo


Suo amore per Dio - Il nostro Giuseppe cresceva a meraviglia nell'amore verso il suo Dio, in modo tale che si struggeva tutto al solo nominarlo, e aveva sempre più acceso il desiderio di fare cose grandi per gloria del suo Dio e aspettava con desiderio intenso che arrivasse il tempo nel quale, secondo le promesse fattegli dall'Angelo, egli si sarebbe impiegato tutto per il servizio di Dio, e perciò diceva sovente al suo Dio: «O Dio di Abramo, d'Isacco e di Giacobbe, o Dio mio, quando arriverà quel tempo felice in cui io starò tutto impiegato per Te? Quando si adempirà la tua promessa? Il mio cuore arde di desiderio di impiegarmi presto tutto per Te. Ascolta le mie suppliche ed esaudisci i miei desideri». Un giorno il Santo stava al Tempio, e supplicava in tal modo il suo Dio, quando udì la voce del suo amato bene che nell'intimo del cuore gli disse: «Giuseppe, mio servo ed amico, sta' di buon animo, perché in breve resterai consolato e resterà adempito il tuo desiderio». Alla dolcezza di queste parole, fu tanto il giubilo che provò il Santo, che ne andò in estasi, dove gli fu rivelato da Dio, come in breve avrebbe anche ottenuto la grazia di avere una compagnia, con la quale egli avrebbe potuto trattare e parlare di Dio e dei misteri divini che a lui erano stati più volte rivelati, secondo la promessa fattagli dall'Angelo nel sonno, che il suo Dio gli avrebbe dato una creatura con la quale egli avrebbe potuto trattare e narrare le meraviglie dell'onnipotenza divina. Nello stesso tempo che Dio gli rivelava questo, gli fece anche intendere le sublimi virtù di quella persona che gli aveva destinato per trattare con sé, ma per allora, non gli fu manifestato altro. Ritornato dall'estasi tutto consolato nell'anima e tutto allegro per il favore avuto, Giuseppe si umiliò davanti il suo Dio, l'adorò e lo ringraziò affettuosamente, e, riconoscendo il suo nulla, diceva al suo Dio: «O Dio mio, immenso, incomprensibile, e chi sono io che tanto mi favorisci? E come la tua immensa grandezza si degna trattare con me, verme vilissimo, e fare a me grazie così grandi? Che Tu ti sia inchinato a trattare con i Profeti, con i Patriarchi, è cosa ben grande, ma con me poi, vilissimo schiavo tuo, è una cosa da restare estatico per la meraviglia. Oh! Dio mio, come corrisponderò a tanta tua bontà, a tanta degnazione, a tanto amore? Mio Dio, eccomi tutto tuo, fa' di me quello che a Te più piace. Io non ho altro da donarti che tutto me stesso ed ogni momento della mia vita; io intendo donarmi di nuova a Te, e se potessi avere in mia libertà i cuori di tutte le creature, li donerei tutti a Te, e li sacrificherei tutti al tuo amore. Mio Dio immenso, infinito, ineffabile, incomprensibile, ricevi la piccola offerta del tuo vile servo e schiavo, Giuseppe, che di cuore tutto si dona a Te». Così il nostro Giuseppe si umiliava nei favori che riceveva, e si mostrava grato al suo Dio dei benefici, riconoscendo il tutto dalla divina bontà e generosità, e niente per suo merito, che si chiamava creatura vilissima e indegna. Uscito dal Tempio dopo aver ricevuto un così grande favore dal suo Dio, se ne andò alla sua bottega e qui di nuovo rese grazie a Dio; si mise a lavorare tutto assorto, e per quel giorno non fu capace di prendere cibo. La notte seguente poi, l'Angelo gli parlò nel sonno e si congratulò con lui del favore ricevuto, assicurandolo anche che in breve avrebbe avuto quel tanto che lui molti anni prima, gli aveva promesso da parte di Dio. L'esortò a continuare a rendere grazie a Dio del grande beneficio che gli avrebbe fatto. Svegliatosi, il santo Giovane rese nuovamente grazie a Dio, invitando tutte le creature a lodare il suo Dio col Santo Davide, e a benedirlo con i tre fanciulli Babilonesi; e faceva questo, non solo quando riceveva qualche favore particolare, ma quotidianamente, mentre il suo spirito godeva molto nel recitarle, e poi ringraziava il suo Dio che avesse dato alle sue creature il modo di benedirlo e lodarlo così bene. li Santo Giovane stava poi aspettando le grazie promesse con tutta quiete, e tutto rimesso alla divina disposizione, le bramava, ma la sua brama non era impaziente, né mai andò investigando cosa alcuna, né si poneva mai a pensare quale cosa sarebbe stata, quella che da Dio gli sarebbe stata data quale compagnia e in che cosa si sarebbe dovuto applicare per servizio del suo Dio. Il nostro Giuseppe non ricercò mai niente di tutto questo, ma tutto quieto e tranquillo aspettava le promesse divine, sicurissimo che il suo Dio avrebbe fatto tutto con somma provvidenza e con infinito amore. Questo sì che andava spesso replicando: «Oh! Che bella sorte sarà la mia, di trattare con una creatura che mi sarà data da Dio per discorrere delle sue grandezze, della sua bontà, del suo infinito amore, delle sue divine perfezioni; e questa creatura si degnerà di trattare con me, non sdegnerà la mia viltà, la mia povertà, la mia bassezza, la mia indegnità! Quanto sei buono, mio Dio! Quanto bene assecondi i desideri di chi si fida di Te, e tutto in te si confida!». Il Santo diceva questo lodando e ringraziando sempre il suo Dio, e ricevendo tutto il bene dalle sue divine mani e riconoscendo il tutto da Dio.

Suo amore per il prossimo - A misura che in San Giuseppe cresceva l'amore verso il suo Dio, andava anche crescendo l'amore verso il suo prossimo; e si struggeva tutto quando sapeva che c'era qualche povero bisognoso e non lo poteva soccorrere, perciò lo raccomandava caldamente a Dio perché l'avesse provveduto. Molte volte si privava anche del necessario, per sovvenire i poveri; e quando gli veniva dato il denaro del lavoro che aveva fatto, subito ne dava la maggior parte ai poveri bisognosi. Le persone afflitte poi, le compativa tanto, che supplicava Dio per loro con tanta premura affinché le consolasse, e perseverava nella preghiera fin tanto che sapeva che Dio le aveva esaudite. Avrebbe voluto provvedere ai bisogni di tutti, tanto spirituali quanto temporali, e diceva al suo Dio: «Dio mio, Tu già vedi la mia povertà e la mia insufficienza, e che non posso fare al mio prossimo quel bene che vorrei; perciò Tu che sei ricco di misericordia e sei tutta carità e tutto amore, soccorri ai bisogni di tutti, consola gli afflitti, sovvieni i bisognosi perché tu puoi tutto. Godo, mio Dio, di essere io povero e insufficiente, perché tu sei sommamente ricco e puoi tutto; per cui io ti domando ciò che io non so né posso fare». Dio godeva molto di queste espressioni del suo servo fedele e non lasciava di esaudirlo nelle sue premurose domande; e Giuseppe gli si mostrava grato nel ringraziarlo continuamente anche da parte di quelli che ricevevano il beneficio. Lo stesso faceva verso gli infermi, supplicando continuamente per la loro salute corporale e molto più per la salute spirituale. Li visitava, li consolava, li animava a soffrire con pazienza l'infermità che Dio inviava loro, e questo ufficio lo faceva con i poveri; ma con quelli di qualche riguardo e che possedevano ricchezze, non si accostava, perché diceva che lui era povero e non si arrischiava trattare altro che con i poveri suoi pari; e per quelli pregava e caldamente li raccomandava, cosicché non lasciava di beneficarli, benché non ci trattasse, usando con tutti la sua perfettissima carità.

Sua santa vita - Il nostro Giuseppe continuò in questo tenore di vita per più anni, crescendo a meraviglia nell'amore verso il suo Dio e il prossimo, e nella pratica di tutte le virtù, in modo tale che si rendeva mirabile, non solo agli occhi degli uomini, ma degli Angeli stessi. Tanta era la sua purezza ed innocenza, la sua umiltà, la carità, il disprezzo di tutte le cose caduche e terrene, e il disprezzo e il basso sentimento che aveva di se stesso, umiliandosi non solo al cospetto del suo Dio, ma anche al cospetto di tutte le creature, le quali per vili e abiette che fossero, considerava tutte maggiori di sé e guardava tutte con grande carità ed amore. Compativa tutti e pregava per tutti, desiderando per tutti ogni vero bene e lo domandava di cuore al suo Dio con grande insistenza. Per le solennità poi che si celebravano nel Tempio, il nostro Giuseppe, si vedeva assistere a tutte le funzioni tutto giulivo, e con tanta devozione; non si tratteneva già a rimirare cose curiose come facevano tutti gli altri, ma con gli occhi fissi a terra ed il cuore a Dio, stava tutto assorto; e in questo tempo Dio si degnava di illuminare la sua mente, facendogli capire misteri altissimi, deliziandosi l'anima sua nel suo Dio e godendo dei divini favori perché Dio con larga mano ricompensava il suo servo fedele che per amore suo si privava di tutte le soddisfazioni che in tal congiuntura gli altri si solevano prendere, e così si andava rendendo sempre più gradito al suo Dio, e capace dei divini favori.




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LA VITA 14: LAVORO E PREGHIERA

VITA DI SAN GIUSEPPE
Libro I - Capitolo XIV
S. Giuseppe riceve altre grazie da Dio


Contemplazioni amorose - Dio si compiaceva molto dell'amore e della fedeltà di Giuseppe, e non lasciava di ricolmarlo sempre più di grazie e di meriti; e il Santo ne approfittava così bene, che si rendeva sempre più capace di riceverne di maggiori con la corrispondenza e la gratitudine verso il suo Dio, per cui spesso era favorito di estasi sublimi, ed in quelle intendeva altissimi misteri della divina essenza, nelle quali l'anima di Giuseppe si dilettava molto, e rimaneva sempre più infiammato dell'amore del suo Dio. Capiva la grandezza del merito che Dio aveva di essere amato e servito fedelmente, e di questo si accendeva di un vivo desiderio e bramava che tutte le creature l'avessero amato con tutto il loro amore. Dio gli faceva conoscere come la maggior parte degli uomini si perdeva nell'amore delle creature e delle cose caduche e transitorie, per cui il nostro Giuseppe ne sentiva una pena insopportabile, ed avrebbe voluto supplire egli stesso alle mancanze di tanti, ma conoscendosi insufficiente, si annichiliva e diceva al suo Dio: «O Dio mio, e perché ho un solo cuore per amarti, bontà infinita? E perché non ho i cuori di tutti gli uomini, che li consacrerei tutti al tuo amore? Tu sei il nostro Padre che ci hai creato con tanto amore, e ci conservi la vita, affinché vivendo amiamo la tua bontà; e dove è l'amore che come figli ti dobbiamo? Come possono scordarsi di Te le creature, mentre sono frutto delle tue mani e hanno la tua somiglianza? Ah, la mia mente non sa ancora capire perché le creature vivano dimentiche di Te, Padre amantissimo!». E in questi discorsi che faceva al suo Dio, si struggeva d'amore e di desiderio che il suo Dio fosse amato e servito da tutti. Dio godeva molto di vedere e udire i desideri del suo servo fedele, e di quanto questo gli fosse gradito, gliene dava spesso il segno facendosi, in tale occasione, gustare alla sua anima, riempiendola di dolcezza, e facendogli udire spesso la sua voce nel più intimo del cuore, per la quale il Santo rimaneva tutto assorto nella dolcezza e nell'amabilità del suo Dio.

Timore e consolazione - Il Santo aveva anche un grande timore di offendere il suo Dio e questo timore nasceva dall'amore che gli portava, temendo di poterlo disgustare; perciò porgeva calde suppliche a Dio, affinché l'avesse fatto prima morire, piuttosto che dare un minimo disgusto alla sua infinita bontà. Una volta che il Santo era tormentato più del solito da questo timore, e portatosi al Tempio per raccomandarsi a Dio, fece una lunga orazione supplicando il suo Dio con calde lacrime e infuocati sospiri di non permettere mai che egli lo disgustasse in cosa alcuna, e venisse a perdere la sua grazia e la sua amicizia, Dio consolò il suo servo assicurandolo che lui non avrebbe mai perduto la sua grazia e che si sarebbe conservato innocente fino alla morte. A questo grande favore e a questa promessa, fu così grande la consolazione che intese il Santo, che non stava più in se stesso per la gioia, e non passò mai un giorno della sua vita che non rendesse affettuose grazie al suo Dio per la sicurezza avuta; ma tuttavia non lasciò nemmeno di stare ben cautelato in ogni sua azione affinché il suo Dio non venisse da lui offeso, stando sempre con un timore, ma timore di se stesso, non già che dubitasse affatto della grazia che Dio gli aveva promesso, perché ne era sicurissimo, avendo egli una gran fede in tutte le cose che il suo Dio gli prometteva. Se tanto grande era la pena che il nostro Giuseppe sentiva, che il suo Dio non fosse amato e servito fedelmente da tutti, quanto maggiore era il dolore che sentiva, nel vedere come Dio era gravemente offeso! Fu tanto il dolore che sentiva di questo, che più volte svenne per il cordoglio; e piangeva amaramente quando sentiva dire che il suo Dio era stato gravemente offeso.

Giuseppe vittima - Una volta l'Angelo gli parlò nel sonno, e gli disse che Dio era molto adirato per le molte e gravi offese che riceveva continuamente dal mondo; e che perciò si fosse applicato a supplicare Dio di placare lo sdegno, affinché i peccatori non venissero severamente castigati come meritavano. Gli disse anche che questo ufficio lo faceva anche la santissima fanciulla Maria, e che perciò si rendeva molto gradita a Dio, il quale, per le suppliche di lei tratteneva i castighi. Tanto bastò al Santo, per fare che tutto si applicasse a supplicare Dio per i peccatori e a non castigarli con la morte eterna.
Alle volte passava i giorni interi e buona parte della notte piangendo le offese divine e supplicando Dio del perdono e di dare luce ai peccatori, affinché ravveduti dei loro errori, ne facessero penitenza, e quando sapeva che nella città c'era qualche peccatore e trasgressore della Legge, tanto pregava, tanto si raccomandava a Dio finché ne seguisse la conversione; e molte volte il Santo ottenne queste grazie per le suppliche che porgeva a Dio e per le lacrime che spargeva, e diceva al suo Dio: «O mio Dio, io sono miserabile, non merito di essere esaudito, ma unisco queste mie suppliche a quelle che ti porge la Fanciulla Maria, perché so che le sue ti son gradite ed accette; perciò sono certo che le mie suppliche, unite alle sue, saranno a Te gradite, e che ti muoverai a pietà di chi vive lontano da Te e cammina alla perdizione, dandogli lume da conoscere i suoi errori, e grazia di convertirsi a Te di tutto cuore». Dio gradiva molto queste suppliche, e una volta l'assicurò del gusto che ne aveva; mentre stava pregando per la conversione e il ravvedimento di un ostinato peccatore, dopo molte suppliche Giuseppe intese la voce del suo Dio che gli diceva: «Ti sia concesso quanto tu domandi». E di fatto poi il peccatore si convertì, e di questo Giuseppe ne intese una grande consolazione e ne rese affettuose grazie a Dio. Egli si esibiva pronto a soffrire tutti i mali purché il suo Dio non restasse offeso da alcuno, e diceva: «Mio Dio, manda su di me i castighi, i travagli, purché tu non sia offeso e disgustato da alcuno. Io sono pronto a soffrire tutto, purché non si trovi alcuno che ti offenda». E quando sentiva dire che c'era qualche peccatore moribondo, si struggeva in lacrime e stava in continua preghiera, affinché Dio gli avesse dato un sommo dolore delle sue colpe, e diceva: «Dio mio, non sia mai che si perda alcuna anima che Tu hai creato a tua immagine e somiglianza!». Dio spesso lo consolava col restituire la salute al moribondo, e poi dargli spazio di penitenza, ma costavano molto al Santo queste grazie, per le quali vegliava le notti intere pregando e piangendo; ed oltre a questo vi aggiungeva anche delle mortificazioni e delle penitenze, digiunando per più giorni, mangiando solo pane e bevendo acqua. Sentendo poi come c'erano tanti pagani e nazioni che non conoscevano né adoravano il vero Dio, ma i demoni, si sentiva trapassare l'anima dal dolore, e tutto lacrime pregava il suo Dio di volersi degnare di mandare presto il Messia promesso, affinché avesse fatto conoscere a tutti il vero Dio, e avesse insegnato loro la via della salvezza.

Lavoro e preghiera - Benché il Santo stesse occupato nel lavoro, non perdeva la memoria di tutto ciò che finora ho detto, ma era continua la sua domanda anche nel tempo del suo lavoro e in ogni altro tempo, supplicando continuamente il suo Dio che aveva sempre presente alla sua mente. Aveva poi imparato a mente tutte le suppliche che facevano i Patriarchi e Profeti, affinché Dio avesse mandato presto al mondo il Messia promesso, e tutte le aspirazioni che facevano al Messia affinché venisse presto a redimere il popolo e tutto il mondo; e di queste il nostro Giuseppe si serviva, ripetendole continuamente con grande fervore e desiderio, e specialmente le ripeteva quando andava al Tempio, e con calde lacrime ed infuocati sospiri supplicava il suo Dio e poi diceva: «Beati gli occhi di quelli che vedranno il Messia in carne! Beate le orecchie che udranno le Sue divine parole! E più beato il cuore che l'amerà e a Lui si donerà!».




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LA VITA 12: FALEGNAME

VITA DI SAN GIUSEPPE
Libro I - Capitolo XII
S. Giuseppe esercita l'arte del falegname
e riceve grazie particolari da Dio
Nella sua botteguccia - Appena ebbe inteso dall'Angelo la divina volontà, il nostro Giuseppe la mise subito in esecuzione; e comprato quel tanto che gli era necessario per esercitare l'arte del falegname, si ritirò in una piccola bottega, che prese in affitto vicino al Tempio. In questa piccola stanza lavorava, dormiva e prendeva il suo parco cibo; da qui non usciva mai se non per andare al Tempio e a fare quel tanto che gli era necessario per vivere. Rare volte si faceva la minestra, e per lo più il suo cibo era pane e frutta; beveva poco vino, e quello molto temperato con acqua. La sua minestra più squisita era di verdure cotte ovvero legumi, e questi, come dissi, molto di rado. Infatti il Santo Giovane condusse qui una vita molto stentata e penitente, e soffriva tutto con grande allegrezza e consolazione del suo spirito. Dio, però, non tralasciava di riempirlo di consolazioni celesti; qui se ne stava solitario, taciturno; in questa sua botte-ga non si vide mai gente che si trattenesse a parlare, mentre il Santo non era amico di trattenimenti inutili, e siccome era stimato da tutti povero, semplice e idiota, non vi si accostavano e così lo lasciavano vivere in pace con la sua quiete, da tutti derelitto e del tutto sconosciuto. Intanto la gente andava ad ordinargli i lavori, in quanto ci trovava il suo utile, perché il Santo prendeva quello che gli davano, rimettendosi sempre alla loro discrezione; e quando riceveva la paga delle sue fatiche, la prendeva a titolo di carità ringraziando affettuosamente chi gliela dava. Di quella paga ne tratteneva tanta quanta gli era necessaria per i suoi bisogni, il resto lo dispensava ai poveri. Così gli aveva ordinato di fare l'Angelo, ed egli con puntualità l'eseguiva. Alle volte il Santo Giovane si trovava in grande penuria e necessità, non avendo di che cibarsi, ed in tale occorrenza se ne andava al Tempio a supplicare il suo Dio di volerlo provvedere: e Dio non mancava di consolare il suo servo, ispirando al cuore ora ad una, ora ad un'altra vicina di fargli l'elemosina di verdura, frutta, minestra, pane, a seconda che egli ne aveva necessità.
Il Santo gradiva molto questa elemosina e ne rendeva affettuose grazie, prima a Dio, poi a chi gliela inviava. Dio poi lo provvedeva mandandogli spesso da lavorare senza che egli lo andasse a cercare, perché era tanto grande la modestia del nostro Giuseppe, che non si rischiava di andar cercando cosa alcuna; e poi confidava tanto nel suo Dio che avesse provveduto ai suoi bisogni, che se ne stava riposato, aspettando la divina Provvidenza, che non gli mancò mai.

La botteguccia santuario - Il nostro Giuseppe, standosene in quella piccola officina, solo e abbandonato da tutti, si prostrava spesso a terra e si offriva tutto al suo Dio, dicendogli spesso: «Ecco, o Dio mio, io sono tutto tuo, non c'è cosa alcuna che possa separarmi da Te. Io non ho altro che Te; Tu sei tutta la mia eredità, tutto il mio sostegno; Tu la mia consolazione, Tu tutto il mio bene. Da Te solo spero aiuto e conforto, e all'infuori di Te non voglio cosa alcuna. Rinuncio a tutto ciò che può darmi il mondo, ed abbraccio volentieri la povertà, l'umiliazione, i patimenti, perché così piacerò a Te, mio Dio, unico mio Signore e Padrone assoluto di tutto me stesso». E in tal modo si andava trattenendo col suo Dio. Faceva più frequenti le visite al Tempio e si tratteneva molto a pregare, e Dio permetteva che non fosse osservato da alcuno, perché non gli fosse impedita questa consolazione.

Vita di Maria nel Tempio - Si trovava, allora, nel Tempio la Santa fanciulla Maria, destinata ad essere la Madre del Verbo divino, le cui mirabili virtù erano ammirate da tutte le altre fanciulle del Tempio, specialmente da chi ne aveva la cura, in modo che ne correva la fama anche per la città. Ma il nostro Giuseppe non ne seppe mai cosa alcuna, perché non trattava né conversava con alcuno. Una notte, però, l'Angelo gli parlò nel sonno e gli manifestò come nel Tempio si trovasse una fanciulla, che era tanto cara al suo Dio e da Lui tanto amata e favorita sopra ogni credere, nella quale Dio tanto si compiaceva e si dilettava per le sue rare virtù e la sua mirabile purezza e santità; e che questa era Maria, figlia di Gioacchino ed Anna, da lui ben conosciuti. Gli diceva questo, perché lodasse e ringraziasse Dio delle grazie e dei favori che compartiva a lei, e perché si rallegrasse che vi fosse al mondo una creatura così degna e così cara a Dio.

Amore vicendevole - Il Santo Giovane, svegliatosi, si alzò, e con grande giubilo del suo cuore ringraziò e lodò il suo Dio, come l'Angelo gli aveva ordinato. Si rallegrò molto della notizia avuta, e sentì nascere nel suo cuore un santo amore verso la fanciulla, in modo tale che andava più spesso al Tempio, attirato dall'affetto verso di lei; e benché mai la vide, tuttavia l'amava per le sue rare virtù. Nel Tempio si tratteneva poi a pregare e a ringraziare Dio che si fosse degnato di mandare al mondo una così santa fanciulla, nella quale Egli trovava il suo compiacimento, e lo pregava di ricolmarla sempre più delle sue grazie, e così come cresceva nell'età, l'avesse fatta crescere nelle virtù. Dio gradiva molto le preghiere del Santo, e di questo ne diede un chiaro lume anche alla fanciulla Maria, facendole conoscere le virtù del suo servo e quanto egli pregasse per lei: per cui anche lei, da allora in poi, pregava Dio per il Santo e lo supplicava di riempirlo del suo amore e della sua grazia. Dio esaudiva mirabilmente le suppliche di Maria, cosicché tanto San Giuseppe come la Santissima Vergine Maria si tenevano sempre raccomandati a Dio, nonostante non si conoscessero di vista né mai si fossero parlati, ma sapessero tutto per rivelazione divina. Maria Santissima amava il Santo Giovane, anche perché aveva una chiara intelligenza delle rare virtù di lui, e che Dio l'amava molto; e per lo spazio di quasi dieci anni godettero l'uno e l'altra il beneficio delle loro sante orazioni e si amarono santamente in Dio senza però mai vedersi né trattarsi, solo che l'Angelo alcune volte ne parlava a Giuseppe nel sonno e lo assicurava che la Santa Fanciulla pregava molto per lui, per cui ne sentiva una somma consolazione.

Suo voto di verginità - Una volta l'Angelo gli disse come la fanciulla Maria si era dedicata tutta a Dio e aveva consacrato a Dio. con un voto, la sua verginità, e che di questo il suo Dio ne aveva goduto molto. Sentendo questo, il Santo si invaghì di imitarla e di consacrare anche lui con un voto a Dio la sua purezza, ma siccome questa era cosa nuova non più intesa, il Santo era perplesso se doveva fare così e se a Dio fosse stato gradito che l'avesse fatto; perciò se ne andò al Tempio per supplicare Dio di manifestargli la sua volontà in questo particolare, e dopo molte suppliche, Dio si degnò manifestargli la sua volontà parlandogli interiormente. Gli disse che gli avrebbe fatto una cosa molto gradita se gli avesse consacrato la sua verginità con un voto, e l'assicurò del suo aiuto e della sua grazia particolare per poterlo osservare perfettamente. Il nostro Giuseppe si consolò molto nel sentire la voce del suo Dio che gli parlò al cuore e gli manifestò quel tanto di cui egli lo pregava, e subito ancora egli fece voto di verginità perpetua, e nel farlo il suo cuore fu riempito di un grande giubilo e di un'allegrezza inesplicabile, che Dio gli fece sentire per assicurarlo maggiormente del gradimento che aveva del voto da lui fatto. Fu anche elevato in altissima contemplazione e poi in dolcissima estasi nella quale Dio gli manifestò i molti pregi della nobile virtù della purezza, per la quale il Santo ne restò sempre più invaghito, e molto consolato per il voto fatto; e rese affettuose grazie a Dio che gliel'aveva ispirato e che si fosse degnato di accettare il voto con tanto gradimento. Così se ne tornò alla sua piccola bottega tutto consolato ed allegro; e la notte l'Angelo gli parlò di nuovo e l'assicurò di come Dio aveva sommamente gradito il voto da lui fatto ad imitazione della Santa Fanciulla Maria.

Comune desiderio del Messia - Gli disse anche come la Santa Fanciulla si struggeva tutta del desiderio della venuta del Messia e che ne porgeva continue e calde suppliche al suo Dio; che a Dio erano molto gradite le sue suppliche e che senza dubbio si sarebbe accelerata la venuta del Messia al mondo per le preghiere della santa fanciulla, e che anche lui l'avesse imitata in questo, per rendersi sempre più gradito al suo Dio. Il Santo, svegliatosi, si alzò subito e si mise a supplicare il suo Dio con più fervore che non facesse prima, affinché si fosse degnato di inviare presto al mondo il Messia promesso, e dopo se ne andò al Tempio e qui si mise di nuovo a pregare Dio per la suddetta venuta. Dopo una lunga preghiera lo spirito di Giuseppe fu elevato in altissima contemplazione, dove gli furono manifestati molti segreti divini circa le qualità e le virtù che avrebbe avuto il Messia quando avrebbe dimorato fra gli uomini; così il Santo rimase molto più acceso del desiderio di questa venuta, bramando ardentemente di conoscerlo e di trattare con lui. Si riconosceva però indegno di questo favore per la sua grande umiltà, ma confidava molto nella bontà di Dio, che già sperimentava tanto propizia verso di sé.

Angelo di Paradiso - Con queste grazie che Dio faceva al Santo, e per le preghiere che la Santa Fanciulla Maria faceva per lui, arrivò ad uno stato di vita, che non sembrava più una creatura terrena, ma un Angelo di Paradiso. La sua mente sempre assorta in Dio, il suo amore verso Dio, sempre più ardente, il desiderio di dare gusto a Dio in tutte le sue operazioni era molto acceso, e per lo più stava estatico e tutto assorto in Dio, passando i giorni interi in continua elevazione di mente, e buona parte della notte, scordandosi di prendere il cibo, mentre per lo più si sentiva sazio per il gusto che aveva di trattare e di trattenersi col suo Dio; e spesso replicava: «Oh, Dio mio! e come dispensi a me, creatura miserabile, tante grazie e favorí? Come è grande la tua bontà verso di me! Come sei generoso! Quanto sei fedele nelle tue promesse! Che cosa farò io per te, mio Dio? Come potrò esserti riconoscente per tante grazie? Per ora non ti posso offrire altro che tutto me stesso e la mia servitù, che di buon cuore tutto a te sacrifico, e fa' di me ciò che a te piace, mentre io sono prontissimo a sacrificarmi e spendermi tutto nel tuo servizio».

Zelo della gloria di Dio - Il Santo Giovane ardeva anche di un vivo desiderio di fare molto per la gloria del suo Dio, ma si riconosceva insufficiente, e di questo ne sentiva pena, perché gli sembrava di non potere effettuare il suo desiderio. Ma una notte l'Angelo gli parlò e gli disse come sarebbe venuto il tempo in cui egli avrebbe appagato il suo buon desiderio, perché avrebbe operato molto per il suo Dio e si sarebbe molto affaticato. Inteso questo, Giuseppe diede in eccessi per la consolazione, per cui aspettava con desiderio che arrivasse quel tempo, che chiamava tempo per lui felice. E di fatto così fu, mentre sostenne molte fatiche per conservare la vita al Verbo Incarnato, che alimentò con il lavoro delle sue mani; e nonostante allora non sapesse in che cosa si sarebbe impiegato per il suo Dio, tuttavia ne godeva molto e lo chiamava tempo per lui felice; tanto era grande il desiderio che il Santo aveva di spendersi tutto per il servizio del suo Dio.

Abbandono in Dio - Viveva poi con una semplicità più che grande, e non ricercò mai cosa alcuna delle promesse che l'Angelo gli aveva fatto, e che non gli dichiarava mai, ed il Santo non si curò mai di saperle aspettandole con una santa indifferenza; solo si applicava a pregare Dio di dargli quel tanto che gli aveva fatto promettere dall'Angelo, e questo lo faceva perché sapeva che Dio voleva essere pregato. Infatti, il nostro Giuseppe, in tutto e per tutto, si rendeva gradito e accetto al suo Dio, dandogli gusto in tutte le sue operazioni, non discostandosi mai dal suo santo volere, riconoscendo con somma gratitudine i benefici che riceveva da Dio, mostrandoglisi grato, ringraziandolo continuamente e offrendogli tutto se stesso senza alcuna riserva.




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LA VITA 11: PARTENZA DA NAZARETH

VITA DI SAN GIUSEPPE
Libro I - Capitolo XI
Partenza di S. Giuseppe da Nazareth

Lascia Nazareth - Il nostro Giuseppe, alzatosi la mattina prima del giorno, e fatto un piccolo fardello di pochi panni per suo servizio si mise in preghiera supplicando il suo Dio di volerlo assistere in quel viaggio. «Ecco, - disse il Santo Giovane, - o Dio mio, che lascio la patria, e povero e mendicante me ne vengo a Gerusalemme per adempire qui la tua divina volontà. Quanto più mi vedo povero, tanto più sono contento, perché così piace a Te, e dato che qui nella mia patria sono stato oltraggiato confatti e con parole, e sono stato spogliato dei beni di fortuna, ti supplico di non castigarli, ma perdona loro tutti gli affronti che mi hanno fatto, perché io di buon cuore perdono a tutti, e per tutti desidero ogni bene. E se nella città dove io ora vengo ad abitare, piacerà a Te che io sia trattato come sono stato trattato dai miei concittadini e congiunti, sono prontissimo a soffrire tutto per adempire la tua divina volontà. Ti prego perciò, di non abbandonarmi, perché avendo Te in mio aiuto e favore, non temo di cosa alcuna. Ti prego pertanto di darmi ora la tua paterna benedizione; che questa mi difenda nel cammino: mi regga la tua destra onnipotente, mentre io mi pongo tutto nelle tue braccia paterne ed amorose». Detto questo, si levò dall'orazione tutto allegro, avendolo Dio assicurato della sua benedizione, e preso il suo piccolo fardello, partì da Nazareth prima del giorno e si mise in cammino a piedi verso Gerusalemme, senza che alcuno lo vedesse. Il Santo andava per il viaggio solo, lodando e benedicendo il suo Dio e recitando vari salmi di Davide con grande allegrezza del suo spirito, e spesso replicava: «Ecco, o mio Dio, che vengo ad adempire la tua divina volontà ed il desiderio che ho sempre avuto di abitare a Gerusalemme, per poter frequentare il Tempio». E a misura che si inoltrava nel cammino, si accendeva nel suo cuore il desiderio di arrivare presto, e lì nel Tempio, adorare il suo Dio e di nuovo sacrificarsi a Lui. Si divulgò poi per Nazareth la notizia che Giuseppe era partito; non ci fu alcuno che ne ricercasse o ne andasse in traccia, anzi molti si rallegrarono di questo, perché pensavano di godersi in pace quel tanto che gli avevano usurpato; e così, dimenticato da tutti, non si fece più menzione di lui nella sua patria, pagandolo tutti d'ingratitudine.
Il Santo Giovane lo riseppe, e ne godette molto, «perché, - diceva lui, - così mi lasciano vivere in pace e stare con la mia quiete».

A Gerusalemme - Arrivato a Gerusalemme il nostro Giuseppe se ne andò addirittura al Tempio, e qui, adorato il suo Dio, gli si offrì tutto di nuovo, lo ringraziò della cura e dell'assistenza che gli aveva fatto nel viaggio e lo pregò di manifestargli la sua volontà. Qui Dio gli parlò di nuovo interiormente, ordinandogli quel tanto che doveva fare; e siccome il Santo era stanco per il viaggio fatto, partì per andare a riposarsi un po'. Domandando la benedizione a Dio, uscì tutto lieto dal Tempio, e andò in un albergo a riposarsi e cibarsi secondo il bisogno. Nel sonno poi l'Angelo gli parlò di nuovo, e gli confermò quel tanto che Dio gli aveva detto interiormente, e gli ordinò che di quel denaro che aveva portato, ne avesse dato due parti al Tempio, e della terza parte se ne fosse servito, metà per sé in quei primi giorni, e l'altra metà l'avesse dispensata ai poveri; e così fece. La mattina alzatosi per tempo, e fatte le sue solite orazioni, se ne andò al Tempio, e diede il denaro in elemosina al Tempio con suo grande gusto, e qui si mise a pregare lodando e ringraziando il suo Dio del beneficio che gli aveva fatto nel manifestargli la sua volontà, offrendosi di nuovo pronto ad obbedire ad ogni minimo cenno che gli venisse manifestato dall'Angelo. Trattenutosi un po' in orazione, partì dal Tempio, ed incominciò a fare dell'elemosina ai poveri, ed in breve tempo dispensò tutto quello che doveva, secondo l'ordine avuto.

Garzone di un falegname - Poi si mise a cercare una persona che gli facesse provvisione del vitto necessario e che facesse l'arte di falegname, affinché gliela insegnasse. Non stentò molto a trovarlo, disponendo Dio che il suo servo trovasse subito il modo di effettuare l'ordine avuto; e si incontrò con una persona timorata. Si accordò con questa di dargli la paga sufficiente, e il nostro Giuseppe si mise ad imparare l'arte che gli riuscì molto facile, non sentendo la fatica, perché l'amore con cui adempiva la divina volontà, gli faceva sembrare tutto facile e gustoso; e quantunque stesse applicato ad imparare l'arte, non tralasciò però mai i suoi soliti esercizi di preghiera e recita dei salmi.

Sua sottomissione - Il santo Giovane stava con grande umiltà e sottomissione soggetto in tutto e per tutto al padrone, gli obbediva con grande puntualità ed esattezza, per la quale e per le sue rare virtù era molto amato dal padrone, ed il nostro Giuseppe lo rimirava ed ossequiava come un suo superiore, e non parlò mai della sua nascita, delle sue facoltà né di altra cosa. La sua lingua non proferiva altre parole che quelle che erano veramente necessarie, tutto attento ad imparare l'arte non divertendosi mai; e quando voleva andare al Tempio, ne domandava il permesso al padrone, e se egli glielo dava, vi andava, se no, obbediva prontamente privandosi di quella pia soddisfazione.

Sue eroiche virtù - Qui il nostro Giuseppe fece mostra delle sue eroiche virtù, perché ne ebbe molte occasioni. Era spesso preso in giro dalle persone oziose e vagabonde, che gli dicevano che tanto era stato ad imparare l'arte e che fino ad allora aveva fatto il vagabondo, e lo schernivano. Il Santo Giovane chinava la testa e non rispondeva parola alcuna, e quando vi si trovava presente il padrone, che li riprendeva e li scacciava dalla bottega, allora Giuseppe lo pregava di lasciarli stare, perché a lui non davano né fastidio né pena. Fu singolare poi la modestia di Giuseppe, non alzando mai gli occhi per guardare cose nuove e curiose; stava a Gerusalemme, e non sapeva quello che ci fosse di curioso in città, né che cosa si facesse. Non fece altra strada, che dalla bottega al Tempio e dal Tempio alla bottega, e nella bottega vi stava, non come un giovane che pagava la sua dozzina, ma come un fattorino, servendo in tutto e per tutto al padrone negli uffici più bassi. Il suo padrone si accorse come il Santo Giovane faceva delle elemosine ai poveri, e un giorno gli parlò esortandolo a tener da conto, perché anche lui era povero e aveva bisogno; per cui il Santo gli rispose: «Lasciate che faccia l'elemosina ai poveri, perché per me c'è Dio che ci penserà e provvederà ai miei bisogni»; di questo il padrone restò molto edificato. Il nostro Giuseppe provava poi un gusto inspiegabile nell'esercitare l'arte e nello stare così soggetto, godendo di essere povero, vile e abietto agli occhi degli uomini; e di questo ne godeva perché l'Angelo gli diceva come queste virtù erano care a Dio, e che chi le praticava era molto amato da Dio. Tanto bastò perché il nostro Giuseppe se ne invaghisse sempre più e le praticasse con tutto l'impegno. Il nostro Giuseppe era allora dell'età di vent'anni, ed era cresciuto molto nelle virtù e nell'amore verso il suo Dio. La sua mente non si allontanava mai da Dio, unico oggetto del suo amore; e molto spesso, nell'atto stesso che lavorava, restava estatico per la contemplazione delle divine perfezioni, delle quali ne ebbe una grande intelligenza.
Erano poi frequenti i digiuni e le vigilie, stando spesso le notti in preghiera assorto in Dio. Continuò ancora ad usare la sua solita carità verso i moribondi, e poiché non poteva andare ad assisterli di persona, lo faceva con le continue orazioni, raccomandandoli caldamente a Dio. Il nostro Giuseppe passò qualche anno in questo tenore di vita, avendo già imparato l'arte. Aspettava che l'Angelo gli manifestasse la volontà divina, e se doveva ritirarsi a stare da solo, oppure continuare a stare nella bottega del padrone, quando il padrone si ammalò, e colpito da una malattia mortale, terminò la vita felicemente.

Morte del padrone - Il nostro Giuseppe lo assistette con grande carità ed amore come se fosse stato il suo proprio padre; fece molte suppliche a Dio per la sua salvezza eterna, e Dio esaudì le preghiere fervorose del suo Giuseppe. Rimasto in libertà, Giuseppe se ne andò al Tempio a pregare e a supplicare il suo Dio affinché gli avesse manifestato la sua volontà ed in che modo volesse essere servito da lui. In questa orazione ebbe un grande lume e fu molto confortato con una consolazione interiore. La notte seguente l'Angelo gli parlò nel sonno, e gli manifestò quel tanto che doveva fare per adempire la volontà divina; cioè che si fosse ritirato a vivere da solo e che, comprando quel tanto che era necessario per esercitare la sua arte, avesse continuato a vivere in povertà; e così fece, rimanendo molto consolato per l'avviso datogli dall'Angelo, e svegliatosi subito, si alzò e si prostrò a terra a lodare e ringraziare Dio dell'avviso che gli aveva dato.




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LA VITA 9: SAPIENZA E AMORE

VITA DI SAN GIUSEPPE
Libro I - Capitolo IX
Altre virtù di S. Giuseppe e suoi progressi nella sapienza e nell'amore verso il suo Dio


Sua crescita - Il nostro Giuseppe mentre cresceva in età, cresceva anche mirabilmente nella pratica delle virtù e avanzava molto nell'amore verso Dio, così come anche nello studio delle Scritture e soprattutto dei Salmi di Davide, che imparò quasi tutti a memoria per il continuo ripeterli.

Sua purezza e contemplazione - Il Santo continuò nel tenore di vita che finora abbiamo detto per lo spazio di quindici anni, conservando sempre intatto il suo candore e la sua innocenza, non avendo mai disgustato il suo Dio, non solo con la colpa grave, ma neppure con quella leggera volontaria, mettendo tutto il suo studio nel fuggire anche ogni minima ombra di peccato, standogli sempre a cuore l'ammonimento dello Spirito Santo che colui che disprezza le piccole cose, cade nelle gravi. Perciò in questo il nostro Giuseppe fu accuratissimo, tenendo in gran conto le cose leggere, custodendo con grande rigore tutti i suoi sentimenti ed in particolare gli occhi, con i quali non fissò mai in volto nessuno, soprattutto di sesso diverso, sapendo come Davide ed altri erano caduti per essere stati curiosi nel guardare quello che si deve fuggire; e quanto più egli si mortificava nei suoi sentimenti, per essere fedele al suo Dio, tanto più riceveva grazia da Dio, e tanto più cresceva in lui l'amore verso il suo Dio, unico oggetto del suo amore e di tutti i suoi desideri. Quando alle volte desiderava guardare qualche cosa che apportava piacere alla vista, ma poi pena al cuore per la colpa che facilmente si contrae, il nostro Giuseppe alzava subito gli occhi al cielo e qui si dilettava entrando con la mente a contemplare le bellezze increate del suo Dio e così restava tutto consolato. Praticava spesso questo esercizio, ora contemplando un attributo divino ed ora un altro, per mezzo del quale veniva a perdere tutto il gusto delle cose create e si accendeva in lui sempre più l'amore di Dio ed il gusto che sentiva nel dilettarsi e trattenersi con Lui solo.

Suo santo timore - Il Santo Giovane sapeva molto bene che i suoi genitori lo amavano molto e perciò spesso se ne doleva con il suo Dio perché temeva che l'amore che portavano a lui, diminuisse in loro l'amore di Dio. Non mancava di dire loro, quando gli si presentava l'occasione, che stessero ben attenti, perché l'amore si doveva tutto a Dio; che egli gradiva il loro affetto, ma che temeva che essendo troppo sensibile, potesse in qualche modo disgustare il suo Dio, il quale si deve amare sopra tutte le cose ed al quale si deve donare tutto l'amore. I suoi genitori restavano molto edificati per queste parole, e procuravano di staccarsi dal troppo amore che portavano al figlio, e consacrarlo tutto a Dio, così come il figlio andava loro insinuando. Il nostro Giuseppe sentiva molta consolazione per questo e ne rendeva grazie a Dio, il quale si degnava di fargli la grazia che i consigli che egli dava ai suoi genitori fossero appresi bene.

Sua vita edificante - Fuggiva poi con ogni studio di apparire virtuoso e sapiente, e non si mise mai a discutere con alcuno, sebbene fosse molto dotto nella legge di Mosè e tutti lo stimavano idiota e di poco intendimento; di questo ne godeva molto, amando di essere disprezzato e non stimato da nessuno. Non voleva poi sentire mai parlare di quello che si faceva per la città, nemico di storie, e diceva che questo gli toglieva l'applicazione che doveva avere, sia al suo Dio come anche allo studio, per cui in casa sua, quando egli era presente, non si parlava mai di cose curiose, né di quello che si faceva per il paese. Infatti viveva mortificato in tutto, non permettendo mai ai suoi sensi una minima soddisfazione, che avesse potuto in qualche modo renderlo meno gradito al suo Dio. Giuseppe andava praticando queste virtù per la luce che Dio gli comunicava nella preghiera, facendogli conoscere chiaramente quel tanto che doveva operare per dargli gusto, ed egli non tralasciò mai di fare tutto quello che sapeva essere di gusto a Dio. Dio lo aveva poi dotato di un modo mirabile per consolare gli afflitti; infatti si esercitava in questo, e quando si incontrava a parlare con qualche persona travagliata ed afflitta, la consolava con le sue parole in modo tale che quella rimaneva, se non del tutto, almeno molto alleggerita dalla sua afflizione. Giuseppe non mancava di porgere calde suppliche al suo Dio, perché consolasse coloro con i quali aveva trattato. Si divulgò per il Paese la fama di come il Santo Giovane aveva maniere tanto soavi per consolare coloro che si trovavano nelle angustie, che spesso molti andavano a casa sua per sentirlo parlare e per consolarsi; ed il Santo Giovane li consolava con le sue dolci maniere e li animava a soffrire il travaglio, dicendo a tutti che si raccomandassero a Dio, e che da Dio sperassero ogni consolazione ed ogni bene, perché Egli glielo poteva dare cortesemente. Poi li esortava a pregare Dio che si degnasse di accelerare il tempo delle sue misericordie col mandare al mondo il Messia promesso nella Legge, perché questo sarebbe stato di consolazione a tutti. Quando poi c'era qualche persona afflitta per la povertà, che non aveva di che vivere, ricorreva a lui con tutta confidenza, sapendo quanto grande fosse la sua carità, ed egli con grande sottomissione, supplicava i suoi genitori di soccorrere il prossimo bisognoso, ed essi lo facevano prontamente, compiacendo in tutto il figlio. Spesso suo padre gli dava dei soldi, affinché sovvenisse i poveri bisognosi con le sue proprie mani; il figlio lo faceva con grande gusto, godendo nel soccorrere il suo prossimo e diceva loro: «Riconoscete questo bene da Dio, perché Egli lo dà a me perché io ne faccia parte a voi, perciò tanto voi quanto io dobbiamo ringraziare il nostro Dio che ci benefica». E così nel fare la carità fuggiva ogni stima, chiamandosi anch'egli povero e beneficato da Dio, perché beneficasse il suo prossimo. Così procurava anche che tutti riconoscessero il bene da Dio, dando a Dio tutta la gloria e i ringraziamenti. Il nostro Giuseppe era perciò molto amato da coloro che egli beneficava ed essi lo lodavano per la città; questo fu occasione di invidia per alcuni cattivi, che lo perseguitavano e sparlavano molto del Santo Giovane, dicendo che egli faceva di tutto per farsi lodare e stimare e il demonio si serviva di loro per mettere in discredito la virtù del Santo Giovane. Questo fu riferito a Giuseppe, che godette molto di essere screditato e che si parlasse male di lui, solo gli dispiacevano le offese al suo Dio e perciò lo pregava di illuminarli affinché la sua bontà non fosse offesa da quelle persone, e le raccomandava caldamente a Dio. Quando il Santo si incontrava con coloro che lo biasimavano, si mostrava loro molto cortese e affabile e, se gli capitava l'occasione di entrarvi in discorso, diceva loro: «State attenti a non offendere Dio, perché se offendete me, poco importa». E alcuni di quelli che gli volevano male, restarono affezionati al Santo per la dolcezza delle sue parole e per il modo con cui egli li trattava, quando si umiliava e si sottometteva davanti a tutti, riconoscendo tutti migliori di lui e di maggior virtù, parlando a tutti con grande rispetto e sottomissione in modo che i cuori più duri restavano inteneriti dalle sue parole e dalle sue dolci maniere, e si notava bene come il Santo trattava con Dio nella preghiera, e che il suo cuore era ripieno dello spirito di Dio.

Sua fede - Il nostro Giuseppe fu dotato anche di una grande fede, in modo che mai dubitò delle promesse che Dio gli aveva fatto per mezzo dell'Angelo, che gli parlava nel sonno, e sebbene vedesse che le promesse tardavano molto, non vacillò mai, ma rimase sempre costante nel credere che tutto si sarebbe eseguito perfettamente, imitando il Patriarca Abramo nella fede, e le parole che gli diceva l'Angelo erano ritenute da lui certe, aspettando le promesse che gli aveva fatto, e non tralasciando mai di supplicare il suo Dio perché lo consolasse nel dargli quello che l'Angelo gli aveva promesso.

Aridità e pene - Il nostro Giuseppe camminava con tanta prosperità nella via dei comandamenti divini e, sentiva nella sua anima la consolazione divina, quando Dio volle provare la sua fedeltà sottraendogli la sua luce divina e la sua consolazione interiore, privandolo anche dell'aiuto speciale che aveva dall'Angelo, non facendoglielo più sentire; il Santo Giovane, quindi, si trovò in grandi afflizioni ed angustie. Non tralasciò però i suoi soliti esercizi di pietà ed anzi, accrebbe le preghiere e i digiuni con le continue suppliche al suo Dio, temendo molto di averlo disgustato. Passava le notti intere in preghiera supplicando il suo Dio di degnarsi di manifestargli, per mezzo dell'Angelo, la causa dell'abbandono che provava e in che cosa lo avesse disgustato per poterne fare la dovuta penitenza, poiché egli non era consapevole del motivo per cui il suo Dio si fosse ritirato da lui. Il Santo Giovane rimase per alcuni mesi in questo travaglio, soffrendolo con grande fortezza e con la speranza certa che Dio non avrebbe lasciato di consolarlo in tanta afflizione; e quanto più si vedeva solo e abbandonato, tanto più crescevano in lui la fede e la confidenza in Dio e più si stringeva a Lui con l'orazione e con l'uniformità alla sua santa volontà. Diceva spesso a Dio, che meritava quella privazione per la cattiva corrispondenza che gli faceva e per le molte offese, umiliandosi sempre più e riconoscendosi peccatore. Dio permise anche che il demonio, in questo tempo, tormentasse molto il Santo con varie tentazioni, soprattutto di diffidenza, ma in questo rimase sempre forte, confidando sempre di più nella grande bontà del suo Dio.

Consolazioni - Il nostro Giuseppe aveva sofferto con grande pazienza e rassegnazione l'abbandono e aveva superato generosamente tutte le tentazioni e gli assalti del nemico infernale, mostrandosi in tutto e per tutto fedelissimo al suo Dio, che si compiacque di consolarlo e di ricompensare la sua fedeltà. Una notte stando in orazione afflitto più del solito, udì la voce interiore del suo amato Dio che lo confortò, dicendogli che Lui lo amava molto e che non lo aveva mai abbandonato, ma che era stato sempre in suo aiuto per mezzo della sua grazia divina. Il Santo restò molto consolato nell'udire questa voce che fu accompagnata anche da una mirabile dolcezza e soavità e la sua mente fu anche illuminata; per cui colmo di giubilo pianse per la dolcezza e si impiegò tutto nel lodare e ringraziare il suo Dio che si era degnato di consolarlo in questo modo e ricondurlo allo stato di prima. Passato un po' di tempo in atti di ringraziamento e in dolci colloqui con Dio, prese un po' di riposo e l'Angelo gli parlò nel sonno, assicurandolo che nel tempo della sua sofferenza aveva dato molto gusto a Dio nel mostrarsi in tutto fedele, così come nelle tentazioni; Dio aveva permesso questo per provare la sua fedeltà ed il suo amore, e non perché fosse stato da lui disgustato, come temeva. Il Santo Giovane destatosi si trovò molto contento per le parole dell'Angelo e, benché non lo vedesse né lo sentisse quando era sveglio, tuttavia ogni volta che gli parlava lo supplicava di fare i dovuti ringraziamenti a Dio da parte sua, perché egli si riconosceva insufficiente nel ringraziarlo come doveva e l'Angelo non mancava di adempire quel tanto che gli veniva ordinato da Giuseppe.

Santi fervori - Il Santo, tornato allo stato di consolazione e quiete del suo spirito, perché la luce divina era tornata nella sua anima, non si saziava di lodare e magnificare la bontà del suo Dio e con chi incontrava parlava delle divine grandezze e perfezioni, accendendosi sempre più nel divino amore. La fiamma che gli ardeva nel cuore traspariva anche nel volto, che appariva tutto acceso, con gli occhi sfavillanti e apportava grande meraviglia a chi lo guardava e molto più ai suoi genitori che ne sentivano una grande consolazione e compunzione, e spesso discorrevano fra di loro della felice sorte che gli era toccata, avendo Dio dato loro un tale figlio.

Nascita di Maria - Il giorno che venne al mondo la Santissima Vergine Maria, destinata ad essere Madre del Verbo divino e sposa di Giuseppe, il suo Angelo gli parlò nel sonno e gli disse di ringraziare Dio di un beneficio singolarissimo che aveva fatto a tutto il mondo, ma specialmente a lui. Non gli manifestò però che cosa fosse e il Santo non andò investigando, ma si destò subito e si mise in orazione, ringraziando Dio del beneficio fatto al mondo e a lui in particolare, come gli aveva imposto l'Angelo. Nel fare quest'atto di ringraziamento provò un'insolita dolcezza ed allegrezza mai provata prima; perciò andò in dolcissima estasi, nella quale gli furono rivelati molti misteri circa la venuta del Messia promesso e della sua divina Madre. Il Santo restò molto consolato ed acceso ancora di più del desiderio che aveva della venuta del Messia al mondo e perciò rinforzò le suppliche con maggiore insistenza, e si struggeva tutto in questi desideri, dando con questo molto gusto a Dio che voleva essere pregato con grande insistenza perché mandasse al mondo il Messia promesso nella Legge. Infatti il nostro Dio richiede dagli uomini molte suppliche per concedere grazie tanto grandi e sublimi; ed in questo il nostro Giuseppe assecondava la volontà divina.




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